Il nostro motto
«Numquid et tu Galilaeus es?»
L’identità della Ignazio Pappalardo Editore è espressa nel motto iscritto sul logo: Numquid et tu Galilaeus es?, una locuzione latina tratta dal Vangelo di Giovanni che ne inquadra il progetto editoriale ponendolo in un confine inedito tra la ricerca letteraria e quella spirituale. «Numquid et tu Galilaeus es?» – Forse anche tu sei Galileo? – si sente chiedere il dottore della legge Nicodemo quando prende le difese di Gesù, da cui è attratto pur non essendo apertamente suo seguace.
A duemila anni di distanza, l’ambiguità dell’attrazione di Nicodemo per il profeta della Galilea è condivisa da molti contemporanei, incapaci di dichiararsi cristiani in una società secolarizzata, eppure sedotti ancora dalla storia raccontata nel Nuovo Testamento. Come se quella vicenda racchiudesse in sé una segreta attrattiva; come se l’intreccio di quel libro, così vago, controverso e spesso apertamente poco credibile, nascondesse un misterioso isomorfismo con l’anima di chi si approccia ad esso, un modo tutto suo di essere vero per tutti e di riguardare al tempo stesso ciascuno. «Numquid et tu Galilaeus es?», ci si potrebbe chiedere ogni volta che la lettura del Vangelo ci ha – come si dice oggi di un bel romanzo – “agganciati”. È compito di ogni editore ricercare, nel suo lavoro, quelle qualità senza nome, quell’aggancio, quell’incastro tra anima e Parola che è alla base di ogni vero capolavoro della letteratura.
L’atto stesso di scrivere ha avuto in ogni cultura, originariamente, un significato religioso. Notava a tal proposito Roberto Calasso:
«Se ovunque, nelle foreste brasiliane come nel deserto del Kalahari, nella Cina arcaica come nella Grecia omerica, in Mesopotamia e in Egitto come nell’India vedica, la prima forma in cui si è manifestato il linguaggio è stata quella del racconto – e ogni volta di un racconto che parlava di esseri non del tutto umani –, questo presuppone che nessun altro uso della parola apparisse più efficace per stabilire un contatto con entità che ci avvolgono e ci sopravanzano. E non c’è pericolo che queste storie, spesso immensamente remote nel tempo e nello spazio, ci risultino estranee o inavvicinabili. Tutte le storie mitiche, qualunque sia la loro origine, hanno a che fare con qualcosa che ci è molto vicino, anche se spesso lo ignoriamo»[1].
La Parola fatta carne rappresenta per antonomasia quello sforzo di “stabilire un contatto con entità che ci avvolgono e ci sopravanzano”, di conciliare l’oggettivo con il soggettivo, l’a-temporale con lo storico. Una conciliazione che parte dall’alto, dal lavoro dell’Autore, teso a consegnare, in una forma vivente, relativa, plastica, l’esplosione originaria, assoluta, dell’esistenza.
Il catalogo traccerà così i contorni di una Letteratura metafisica che, passando da opere schiettamente cristiane per temi e personaggi, giunge a opere in cui il respiro religioso è udibile solo come “archetipo”, o come un palpito lontano, o perfino come un’assenza – quella “morte di Dio” che rende il rapporto (mancante) con l’Assente così disperatamente necessario – aprendosi in tal modo a ogni tipo di lettore e di sensibilità, tentando di superare la cesura, spesso pretestuosa, tra cultura religiosa e cultura laica.
[1] Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi, Milano 2013.